Itinerario critico

Itinerario critico
…poi ancora Antonio Nacci con i suoi “gessi patinati” i cui volumi, pur manifestando disaccordo tra contenuto espressivo e ricerca spaziale, esprime un dramma interiore particolarmente nelle figure “verticalizzanti”…

Giovanni Corrieri
Giornale di Sicilia
Palermo, 1962

I rapiècages monocromatici che Antonio Nacci presenta trovano le loro ascendenze nel collage cubista, in quello dadaista e, per certi lati, nel polimaterismo dei futuristi. Precedente più nobile e influente, anche se rimasto alla base, è naturalmente il primo: è esso il traliccio su cui il pittore costituisce il suo orizzonte, un orizzonte assurdamente ravvicinato, come quello di Burri o anche di Dubuffet. Ma, se nella fenomenologia “autre” di Dubuffet la materia, dipinta o ottenuta col “papier machè”, è presente come intervento volontario, al contrario nelle opere di Nacci, così come quelle di Burri, il fatto materico è assunto centralmente, non come veicolo passivo dell’espressione, ma come elemento di per sé espressivo, e in sé vivente.
Questi “sacchi” che Nacci impagina, lacera e ricuce sui telai dei suoi quadri non sono però una “sfida”, come lo erano invece quelle di Burri nel ‘50, anche perché ben mutata è l’odierna stagione culturale da quella di allora: essi sono, piuttosto, il simbolo di una eleganza scabra e resistente che si evidenzia come figura morale, come sublimazione e quasi come evento metafisico, entro il fisico e il terrestre.
E indicano come anche la sua acuta dilezione per la manualità sia in lui congenere al senso di un possedere e di un fare primordiali, con il suo innesto sulla realtà quotidiana che è l’involucro dei sensi, placenta ruvida e convulsa di una gestione laboriosa entro il grembo del tempo.
C’è ancora da dire che l’impiego delle toppe di tela di juta, di natura identica alla superficie del canovaccio sul quale sono applicate, possono far pensare a un sistema ermetico. Paiono sconvolgere un originario progetto di collage: una “restitutio ad integrum” in chiave astratta, di elementi del mondo esterno. Ciònondimeno è proprio il collage a conferire all’opera di Nacci speciali forze che, oltre a far palpitare la superficie rendono più evocativo e significante il medium connettivo impiegato, ne stimolano la ricettività e ne accrescono la violenza dell’intervento.
Anche il fatto che l’artista voglia compendiare, in queste sue evocazioni d’ascendenza cubista e neoplastica, altre esperienze e altri accadimenti, e si proponga poi di offrirne un risultato decisamente esistenziale, è una testimonianza dell’identificazione di quelle esperienze e di quelli accadimenti nella cultura contingente che è il suo quotidiano alimento.

Albano Rossi
presentazione mostra personale
Circolo di Cultura
Sciacca, 1963

…Nacci espone invece dei collages (Occasioni n. 47, 48, 49, 50, 51). Cinque collages tutti simili composti con brandelli di sacco, colori stagliati. Questi incastri di colore e pezzi di stoffa sono una forma aperta, un campo di possibilità dove l’occhio si sbizzarrisce…

Giovanna Grassi
Le Arti
Milano, 19 febbraio 1965

Dal drammatico divario tra l’urgenza dello stile e il concreto divenire della esistenza, cioè tra l’assoluto dell’arte e il relativo della vita, tra la certezza della prima e la precarietà della seconda, nasce la condizione problematica, e di crisi, in cui si trovano coinvolti i più avvertiti esponenti della nuova generazione artistica.
Dopo una stagione - quella dalla quale stiamo uscendo - che reagì contro gli allettamenti dello stile, contro la pretesa di assoluto della forma, contro il “tradimento”, contro la trasposizione e i vecchi trucchi dell’arte (pretendendo che questa fosse soltanto immediatezza, passione, presenza, vale a dire fedeltà totale al gesto, all’automatismo, alla fisicità della vita) la primaria necessità dell’artista nuovo è quella di reinserirsi in un autentico discorso di cultura che gli consenta quella chiarificazione che lo porti ad allargarsi ad una dimensione che comprenda la terra. Situazione, invero, tutt’altro che facile ed enormemente diversa da quella, comodissima, di chi si illudeva, fino a qualche anno addietro, di serrare in pugno l’universo bighellonando da un bar all’altro e di dominarlo tra una maldicenza e una tazza di caffè. Al giorno d’oggi il lavoro di ricerca (che ha dato origine a tanti equivoci, incomprensioni, ironie, tanto fatui, del resto, quanto prevedibili), e quello di formazione e di maturazione, vengono condotti non più mediante le acquisizioni mentali, ma attraverso l’asperità di una introspezione controllata entro la propria carne viva.

ARTE E SACRIFICIO

Quanto tempo è oggi necessario a un pittore, o a un musicista, ovvero a un poeta, per giungere a dipingere, a comporre o a scrivere con l’autentico timbro della propria voce? Su questo nuovo schieramento avanzato milita da tempo, con responsabile fermezza, Antonio Nacci che alla galleria Il Punto di Sciacca, presenta un’antologica delle sue opere dal 1959 a oggi. Nacci è un pittore che, per quanto giovane, ha già alle sue spalle un duro itinerario di ricerche, d’impennate e di scarti che ha influito puntualmente sullo sviluppo della sua complessa natura. Se ci proponessimo di percorrerlo a ritroso, annotando tutte le varie tappe, vi rintracceremmo senz’altro il segno di una costante coerenza. Che è poi quella d’una emozione intrisa di succhi terreni, d’ipertesa sensitività e di puntigliosa riflessività, sempre diretta a oggettivarsi, a formularsi in una immagine definitiva, a trasferirsi in essenza pittorica.
Nacci si trova in un momento particolarmente impegnativo del suo lavoro, e i quadri esposto in questa personale offrono la possibilità di una esatta lettura: si distinguono, in un certo senso, dalle sue produzioni precedenti per un’accentuata solerzia nell’intensificare, nel condensare la carica espressiva partendo dai già esperiti elementi materici ma cercando di saggiarne più a fondo la resistenza, le differenti possibilità, la durata. Non il compiacimento del potere inerziale della materia, nell’alveo di un suo immobile destino, lo ha guidato nel suo più recente lavoro, ma una volontà più aperta, e insieme mediata, al fine di riscattare, per quanto ciò fosse effettivamente possibile, la relatività e la provvisorietà dell’esistenza. Fattori, questi, equivalenti essenzialmente a durata nel tempo - passato - memoria. Affinché l’urgenza del trasferimento - dell’assolutezza dello stile - potesse trovare un terreno meno provvisorio su cui installarsi.
Ecco perché in queste opere il fòmite espressivo si è fatto più interiore e rattenuto: tutto vi si presenta più acutamente verificato e di un’accidentalità meno scoperta che nel passato, più ermetica, più profonda. Un tenace impegno stilistico la rinsalda tanto nello sforzo di trascendere la fisicità meramente esistenziale della materia (del frantume naturalistico distratto dalla sua sede attraverso il proposito di ricrearne la sostanza espressiva), quanto per una più responsabile rinuncia di ogni superficie sensitivizzata soltanto dal punto di vista quantitativo, imprimendo invece alla superficie stessa un moto incentrante entro i confini fiscali del quadro sì da favorire contrazioni e rattrappimenti là dove l’emozione si deve trasmutare in labbia formale.

FENOMENOLOGIA ORDINATA

La nuova posizione di Nacci viene così ad inserirsi solo parzialmente nella problematica dell’inerziale e tende piuttosto a contemperare e a consociare i vari elementi della topografia della materia e a ricomporre l’ordine dei fenomeni.
Affidando in un primo tempo alla materia la sua impronta originaria, già intrinsecamente munita di struttura e di forma, il pittore viene a puntare il suo interesse sulla dialettica dell’inorganico nella misura in cui essa si disvela come ultima tesi e proposta, cioè approdo e ricomposizione di elementi spazio-temporali.
Una costante reale e subiettiva si ritrova oggi in Nacci, sia nella funzione che nell’articolazione della materia. L’inerziale non è più mera presenza, ma proiezione d’una memoria educata al ritmo e alla architettura dello spazio. A differenza di Burri - o, più ancora di Fautrier - per Nacci la materia ha cessato d’essere un dato primario per divenire un valore investito di una sua designazione.

SPAZIO E’ MATERIA

Lo spazio, cioè, non è più qualcosa di diverso e separato dalla materia; è bensì una struttura del pensiero umano, ma si palesa nella materia traslata in dimensione umana, assurta al rango di “natura”. E la scelta delle materie è tutt’altro che casuale: sacchi di tela di juta, cenci logori, canovacci, brandelli di filondenti stracciati e poi ricuciti, pezzetti di filo, carta e colore sono recuperati dalla loro inerzia mortale, dal loro desolato abbandono, non attraverso un atto di cruda naturalità organica, ma in virtù di un sentimento più umano, di una trepida, ma leale, profferta di coesistenza e di simpatia.
Talvolta questi innesti materici fanno sbocco nel quadro, ne sommuovono la trama del fondo e vi determinano musicali contrappunti: un continuum di musica visiva pura, intensa e serrata in una sua organicità introversa, commista all’occasionalità delle materie affidate al flusso e riflusso del reale e la cui semanticità vale solo come documento della nostra vita di tutti i giorni. Questo credo sia il messaggio poetico, e morale, dell’opera di Nacci.

Albano Rossi
Presentazione in catalogo mostra galleria El Harka
Palermo, 6-15 marzo 1965

Antonio Nacci è un artista che ha tratto profitto da tutte le esperienze pittoriche succedutesi negli ultimi anni. Astrattismo, informalismo, arte materica gli hanno fornito spunti assai interessanti, sia con gli esempi offertici da un panorama di codesti settori nella pittura nazionale, sia per i riferimenti legati a più vaste ricerche operate in campo internazionale.
Al di là delle coincidenze espressive, si avverte però in lui una particolare inquietitudine che lo porta a lavorare la materia con graffiante insistenza, fino a tradurre in dolorosa emozione ciò che poteva nascere da un piacere formale.
Mario Monteverdi

…Nacci è uno dei pochi pittori siciliani che si siano dedicati alla pittura materica, una pittura che si avvale di elementi diversi dal solito colore, nel suo caso il tessuto di sacco.
Un tempo erano sacchi da imballaggio con le loro stampigliature, oppure le etichette, i bolli di ceralacca, le scritture a mano, le macchie degli inchiostri. Il “mezzo” espressivo di Burri, il recupero della materia da scarto. Nacci aveva voluto aggiungere il mezzo tradizionale della pennellata di colore, e la composizione dei suoi collages, secondo un modulo non informale ma di cubismo sintetico. Ora la sua materia è più pulita e più umile, composta nel quadro secondo un gusto meno estetizzante ma più attento al linguaggio cromatico e spaziale. Il taglio orizzontale del quadro, una maggiore semplicità di elementi strutturali, inseriscono Nacci in un linguaggio, più controllato e attuale.

s.f.
Palermo, marzo 1965

Frammenti di juta, sacchi colorati, fili di ferro, schegge di legno e un’immaginazione ben dosificata sono gli ingredienti che il giovane pittore Antonio Nacci usa nei lavori che espone alla galleria El harka.
Gli esperimenti di costruzione plastica e di collage del giovane Nacci sono appunto questo: esperimenti. Però i risultati che ottiene sono in molti casi interessanti e quasi sempre improntati ad un buon gusto estetico.
Spazio, materia e struttura preoccupano evidentemente Nacci e lo spingono alla ricerca di una combinazione armonica fra gli elementi delle sue composizioni e l’espressione poetica che può essere inerente a ogni soggetto. Però, proprio qui sta il difetto e la limitazione dei lavori di Nacci: il partire dalla concezione prefabbricata che la materia sia capace, da sola, di generare poesie.
Questo è vero alcune volte, ma non sempre e allora, come succede alla maggior parte delle opere di Nacci, i risultati sono solamente decorativi e, tuttalpiù, piacevoli da vedersi.
Nacci, insomma, malgrado la sensibilità che è presente nei suoi lavori e malgrado il suo indiscutibile buon gusto, si mantiene a galla su una premessa molto discutibile.

L.R.G.
Giornale di Sicilia
Palermo, marzo 1965

Ormai la cosiddetta pittura impegnata è come una valanga che travolge giovani e meno giovani. Antonio Nacci, non ultimo della serie, ha esposto alla galleria Il Punto i suoi collages (ma è improprio chiamarli così) che parlano della cruda realtà dei nostri giorni. Vietnam e angoscia esistenziale sono i cardini tra i quali, grosso modo, il Nacci fa ruotare la ruota dei suoi interessi pittorici, i quali sono così scopertamente polemici che quasi non lasciano margine ai classici canoni del dipinto. I quali sono anzi ampiamente rifiutati per una accettazione di espressione polimaterica che lascia perplesso l’osservatore comune. Simboli, significati reconditi e spunti parafilosofici si innestano nei quadri del Nacci che adopera in abbondanza una materia che fu già cara a Burri. L’innesto personale tenta di agganciare un dato di originalità che alla fine risulta ormai superata nel tempo. Ma rimane questa carica emotiva, che si può accogliere con relativa comprensione.

Giuseppe Servello
Giornale di Sicilia
Palermo, febbraio 1967

In Antonio Nacci, il concetto di forma ha perduto ogni significato, e si dilata nell’astratto dell’estro volatizzandosi in sintesi elastiche, logiche, ragionate. Potremmo dire del suo stato d’animo, come di un mutismo, ovvero la conversazione dell’io che va’ oltre la rete dell’inventiva comune, innalzantesi oltre i silenzi, oltre lo spazio. Momenti, che più che essere rappresentati descritti attraverso collisioni, evoluzioni, antitesi e metamorfosi. Egli ha rinunciato all’uso dei colori forti e violenti per raggiungere stati avanzati, che realizzano canori linguaggi, smorzantesi in opacizzate decolorazioni, in suggestive visioni astrali; il cui contenuto assume un sapore idilliaco senza porre condizione alcuna di sorta. Rinuncia ai valori formali, sentita, dal Nacci, come evasione dal mondo razionale, per sentirsi librare nella materia ora composta ora decomposta, in slanci non estranei al contenuto del pensiero, valorizzando il dualistico rapporto di massa dinamica e di colore.

S.f.

…Quella di Nacci è una pittura che definiremmo di protesta, anche se questo vocabolo fino ad oggi è stato per lo più usato nella musica e nella letteratura, ma non certo nella pittura. Essa, a nostro avviso, rappresenta una naturale evoluzione della pittura cosiddetta sociale, ma da questa si differenzia nettamente per l’impostazione.
Superata la tendenza che in un certo senso lo riallacciava a Burri, Antonio Nacci ha affrontato la pittura di protesta con un suo modo tutto proprio e schietto, scevro da qualsiasi influenza di gruppo. È certo questo, per il giovane Albano Rossi nella sua presentazione in catalogo - i quadri esposti in questa personale si distinguono, in un certo senso, dalle sue produzioni precedenti. Ma, si badi bene, Nacci non è arrivato a questa sua espressione “tout-à-coup”; egli ha alle sue spalle una lunga serie di ricerche che hanno limato e affinato la sua arte.
Inconsueta è anche la materia di cui Nacci si serve per le sue composizioni; si tratta di sacchi di juta, brani di giornali che affrontano gli scottanti problemi dei nostri giorni (nazismo, Cina, Vietnam, ecc.), filo di ferro. Il tutto è ricucito o incollato sulla tela con una tecnica sua propria che conferisce all’insieme un aspetto gradevole e suggestivo…

G.P.
Sabato Sera
Agrigento, 11 febbraio 1967

Sciacca è una città che nell’arte della ceramica ha fama e tradizione: dal cinque/seicento, che fu l’epoca di maggiore splendore, ad oggi che c’è una scuola d’arte abbastanza attiva e aggiornata (e forse fin troppo aggiornata, in rapporto alla tradizione: come del resto tutte le scuole d’arte sorte nei centri di antica produzione ceramica). E forse si deve al passaggio dalla ceramica artigianale alla ceramica-scuola d’arte, l’improvvisa fioritura di pittori che la città offre. Nove pittori infatti si presentano in questa mostra organizzata dall’ARCI: che non formano, insieme, una tendenza, una scuola, ma ripetono tutte le esperienze e le tendenze della pittura (e della non pittura) di oggi; e si trovano a far gruppo soltanto per affremare la vitalità della loro città anche in questo campo. E’ una mostra, insomma, che si costituisce al di qua del giudizio: una rassegna non competitiva dei giovani pittori saccensi più o meno dotati, più o meno ricchi di esperienza, ma certamente tutti di buona fede nel loro lavoro, carichi di fervore e di passione. E anche di rabbia: che si veda o no nelle loro tele. Perché non bisogna di menticare che siamo in una delle zone più depresse d’Italia, delle più “difficili” socialmente politicamente umanamente; e quasi dentro quella Valle del Belice in cui migliaia di persone vivono, ormai da una anno, in condizioni indegne di un popolo che si dice civile, di uno Stato che si dice democratico.

Leonardo Sciascia
Presentazione in catalogo mstra “giovani pittori di sciacca”
Sciacca, Dicembre, 1968

Il quadro di Nacci pur proponendosi quasi come paesaggio sviluppa un ciclo esistenziale in cui il campo oggettuale non può essere presente e tutto ricorre in una scelta informale che trova le sue basi in Fontana, Burri e per una certa tecnica materica in Tapies.
L’iteratività di simboli - gesti in un grigiore opprimente, concettualmente indefiniti in un riproporsi costante nel tempo e nello spazio, è l’elemento primo, punto di partenza della storia quotidiana, monotona nei suoi accadimenti ripetibili all’infinito che conducono all’angoscia ossessiva dell’insoddisfazione.
Segue la ricerca di uno spazio libero, il desiderio della evasione che l’uomo si porta dentro da sempre e che gli fa pesare la gabbia d’oro che ha costruito. Ma il volo viene interrotto, bruscamente, aprendo la profondità del terrore che coglie nella caduta dell’io, preda paranoica di un inconscio misterioso.
L’avventura si sviluppa in una atmosfera arcana dove il simbolo sostituisce il segno e l’espressione elementare l’immagine in un costruire silenzi sofferti nell’allarme di una situazione instabile, che esclude ogni spazio per l’azione.
L’ambiguità nasce dall’impossibilità della fuga, anzi ogni tentativo termina in una macchina nera martoriata da tagli, simbolo della nevrosi.
La pittura consegue nella elaborata tecnica materica effetti preziosi, e in ultima analisi i lavori per il carattere informale tendono spesso a risolversi nell’effetto decorativo proposto dagli equilibri cromatici.

E.R.
L’Ora
Palermo, 26 aprile 1971

…basterebbero queste “invenzioni” di Nacci, così limpide e ritmicamente compiute, a dissipare quella ricerca ad effetto, quello sperimentalismo prefabbricato che contamina tanta giovane pittura italiana. Il fatto è che Nacci, fedele ad un suo mondo, queste trame che costituiscono corpi nello spazio le realizza con il supporto della fantasia, improvvisando un numero che può essere anche infinito di variazioni.
Sulla materia egli si accanisce quel tanto che gli basta per articolare e per definire nuclei di segni che sono sempre ricorrenti nella sua pittura. Ricorrenti e puntuali; ma non tali da ingenerare monotonia o da riuscire assillanti, perché il percorso è sempre quello di un’invenzione sempre tesa.

Nuccio Galluzzo
Presentazione in catatalogo galleria La darsena
Milano, 2-18 marzo 1973

Sono anni in cui la Sicilia vive una realtà artistica e politica appesantita da quella che viene definita tradizione, ulteriormente aggravata dal periodo politico particolarmente infelice. Basti pensare al fascismo e al modo in cui l’informazione e la cultura venivano veicolati. questo è il contesto che apre a tutto quello che sarà poi l’immediato dopoguerra. Contesto dal quale muovono i primi passi artisti come Nacci, che attraverso il medium artistico cercheranno di ricostruire un nuovo mondo. Il linguaggio astratto rappresenta quel nuovo che apre alla speranza, accanto ai valori materici legati all’informale, che parlano ancora delle ferite della guerra, ma muovono già verso nuovi mondi possibili.
Antonino Nacci aderisce a un linguaggio astratto che utilizzerà, come ha detto Grasso, “come evasione dal mondo razionale, per sentirsi librare nella materia ora composta ora decomposta, in slanci non estranei al contenuto del pensiero, valorizzando il dualismo rapporto di massa dinamica e di colore”. Superata la tendenza che in un certo senso lo riallacciava a Burri, Antonino Nacci ha affrontato la pittura attraverso un suo percorso personale, fuori da qualsiasi influenza di gruppo. Negli anni sessanta il materiali di cui si serve per le sue composizioni sono i sacchi di juta, uniti a brani di giornali che affrontano i temi sociali di quegli anni. Dall’elaborazione di assemblaggi alternativi, all’impiego di materiali poveri e isolati, l’operazione artistica di Nino Nacci, si pone al di fuori delle tecniche tradizionali della pittura. In seguito, il forte legame con l’aspetto materico dei propri lavori lo porta alla sperimentazione di nuove tecniche. Ed è a questo punto del proprio percorso artistico che inserisce l’uso della sabbia di mare. L’impulso origina il gesto pittorico, si traduce in spatolate larghe, uniformi, e attente, in graffi veloci e misurati. Nacci aspira ad un linguaggio puro e primitivo, regredisce verso un mondo di segni semplificati e nuove simbologie.

Nicolò D’Alessandro
Situazioni della pittura in Sicilia (1940/1970) Celebis Editore, trapani 1975.

…Si evidenzia immediatamente per una sua tecnica particolare con la quale realizza i suoi quadri: dipinge con la sabbia della sua Sicilia, finissima, che traduce in graffiti quanto mai interessanti. Ecco Nacci ha scoperto il valore eterno del graffito ed ogni sua opera ne fa fede. In essi graffiti dà libero sfogo alla sua fantasia che è filtrata da esperienze informali e astratte.
La scelta dei colori caldi, riposanti, il buon gusto degli accostamenti cromatici, la saggia ritmica delle sue graffiature ne fanno un pitture davvero originale ed interessante. Non lo si deve giudicare solo emotivamente, ma scavare nel fondo della sua ispirazione che lo porta ad essere considerato uno dei giovani più promettenti della nostra pittura.

Franco Mondello
Biellese
Biella, 8 aprile 1975

…La necessità di dire qualcosa di nuovo ha portato Nacci ad una paziente geografia scenica che oltre ad un momento gestuale vuole essere un’analisi del rapporto intercorrente fra l’autore e l’opera oggetto. La sua preoccupazione nei quadri materici e monocromi non è soltanto di natura visiva ma simbolica di un discorso instaurato fra creatività razionale e materia.

Piera Rosso
Eco di Biella
Biella, 10 aprile 1975

…sotto i suoi occhi interminabili distese di rena, dentro l’esigenza di darsi un linguaggio: grandi tele o lunghe fasce coperte da un fondo di sabbia sottile, come a rimuovere la spiaggia per trasferircela, visibili, e, sui muri di una galleria, forse spiazzata, come spiazzato appare Nacci, volto a se stesso, innamorato di superfici irregolari ma controllabili, reduce da un’esperienza espressionistico-materica che lo avvicinava a Burri.
Sulle sottili “lastre” di sabbia un’incessante “segnare” ideogrammatico, i segni di un esoterismo personale eppure riscontrabile nel geroglifico, nell’eloquenza narrativa della “decorazione” sud-americana, nella tradizione magico-alchemica. Nacci parla, pertinentemente, di recupero di valori mistici e, appunto, magici, di iterazioni; lunghi racconti di segni da decodificare con l’uso, esclusivo, dell’emozione, lontane e riluttanti allo scientismo e alla pretestuosità…

Toti Garaffa
Il Diario
Palermo, 23 maggio 1979

…Nelle produzioni di Nacci la scelta delle materie è tutt’altro che causale: sacchi di tela juta, cenci logori, canovacci, brandelli stracciati e poi ricuciti (incollati, su cui s’innestano e incastonano brani di cronaca giornalistica o da rotocalco), pezzetti di filo, carta e colore recuperati dalla loro inerzia mortale, dal loro desolato abbandono. Sciacchitano, Nacci costituì allora ed è, tuttora, uno dei più sottili esponenti d’avanguardia attivi nelle nostre zone.
Oggi Nacci continua a sollevare dalla morte materie e figure, impiegando mezzi e tecniche diversi dal passato e sapientemente rinnovati. Grandi tele o lunghe strisce coperte di sabbia su cui Nacci incide discorsi allusivi ed emblematici che stanno tra la cronaca e l’ultra storico, il comunicativo e l’ermetico, l’esotico e l’esoterico. Il segno in questi lavori è lavorato sino alla minuta grafia misteriosamente immaginifica; ridotto sino all’astrazione, è tuttavia anche ripetuto fino alla trasmissione del mistero stesso: ed è, in tal modo, letteralmente “geroglifico”, cioè sacro linguaggio simbolica espressione - nella transitoria quotidianità della tela e della sabbia - di ciò che è altro dal giornaliero trapassare delle cose e degli eventi, e dai loro strumenti usurati. E non è, poi, da trascurare il fatto che Nacci si diverte, giocando tra il fumetto del relativo e l’arazzo dell’assoluto. La simbolizzazione, così, ha tutta la sua molteplice valenza.

Giuseppe La Monica
L’Ora
Palermo, 25 maggio 1979

Applicando su tele, strisce e consimili una pasta terrosa, Antonio Nacci la incide con simboli arcaici e segni geometrici di una minuta ma ferma calligrafia. E l’effetto che ne ottiene è quello di una realtà antichissima, dove ciascuno può leggere o tentare di decifrare una remota storia dell’uomo…

Giuseppe Servello
Giornale di Sicilia
Palermo, 29 maggio 1979

…il supporto sintetico di Nacci, superficie su cui sabbie policrome si espandono come disseccati sedimenti e si lasciano ferire e graffiare…

Anna Daddi
Giornale di Sicilia
Palermo, 16 novembre 1988

Le manifestazioni più significative della cultura artistica contemporanea prendono corpo da improvvise modificazioni, strappi che talvolta sembrano contraddire ogni impostazione continuista, storicista.
I segmenti, le lacerazioni, tuttavia, non tardano a ricomporsi. La sensibilità dell’Artista rivela, anticipando con sorpresa colti processi di razionalizzazione, il senso stesso del nuovo tempo. Le certezze, le grandi certezze degli anni dell’utopia, dell’ideologia che hanno esrcitati sull’Artista una intensa attrazione vissuta con trasporto passionale, mai con compiacimento retorico…
…La scelta, la definitiva risoluzione che apre a nuovi linguaggi per Nino Nacci viene già nei primi anni sessanta. L’Artista presente in quegli anni a biella in una area ricca di fermenti culturali che risente fortemente degli influssi dei movimenti artistici d’avanguardia europei ed americani avverte, assimilandole, talvolta precorrendole, queste significative esperienze.
Gli effetti sulla sua arte sono immediati: l’oggetto artistico viene frantumato, disintegrato con voluta dissacrazione, con violenza. L’arte è sempre più sperimentazione, ricerca. Il mezzo espressivo muta, l’Artista rincorre a supporti nuovi, forse deliberatamente modesti, completamente innovativi: fango, sacchi, plastiche. La ristretta bidimensionalità della tela è forzata, lacerata. Gli interventi creativi di Nacci trovano nuove possibilità, altre motivazioni…
…Se negli anni ‘50-’60 il clima artistico-culturale che vedeva protagonisti Robert Rauschenberg, Alberto Burri ed altri permette a Nacci di avere significativi riscontri e stimolanti verifiche, con le sabbie (primi anni ‘70) l’Artista, prima accentua la componente segnica e, nel successivo evolversi della sua ricerca, una insospettata vivacità cromatica.
Il rapporto materia/segno/colore avvince Nino Nacci, lo trascina nel racconto, in immagini fiabesche. L’esperienza tecnica (notevole) maturata in anni di sperimentazione polimaterica acquista per l’Artista una dimensione più sommessa, il fatto evocativo prevale.
La sua opera appare negli anni ‘70-’80 pervasa da atmosfere fiabesche, alchemiche dove traspare il forte fascino dell’arte primitiva egizia, di cui Nacci è un attento conoscitore con i suoi misteri, con i suoi quesiti senza risposte…
…Il racconto è, ormai, più sereno, le conflittualità degli anni delle speranze deluse lasciano il posto ad esperienze più complete, più mature; la rabbia ideologica cede il posto ad una ricerca più sottile: psicologica, ricca di simboli, di vicende, dove, da ritrovate attenzioni verso una natura quasi fiabesca si intravede l’esigenza, forse inconscia, di una dimensione umana cosciente della propria casuale e felice marginalità.

Francesco Lo Bue
Presentazione in catalogo galleria Nouveau
Palermo, novembre-dicembre 1988

Dall’elaborazione di assemblaggi alternativi all’impiego di materiali poveri e isolati, l’operazione artistica di Nino Nacci, esponente della “vecchia guardia” palermitana, si pone ancora oggi al di fuori delle tecniche tradizionali della pittura. L’impulso origina il gesto pittorico, si traduce in spatolate larghe, uniformi e attente, in graffi veloci e misurati; l’impasto gioca sulla gamma cromatica delle sabbie, la stesura, pur se veloce, è calibrata e non lascia trasparire l’immediatezza dell’esecuzione.
Lo schema compositivo, disposto in sequenze, riduce all’essenziale il procedimento narrativo, scritture e segni si susseguono in serie ordinate, figure zoomorfe e umane, frecce indicatorie, tracciati capricciosi si allineano ritmicamente acquistando il sapore e il colore di un gioco ai margini della realtà.
Nacci aspira ad un linguaggio puro e primitivo, regredisce verso un mondo di segni semplificati e simbologie, infatti, li coniuga a moduli espressivi di altre culture, suggerimenti e influenze di immagini di lontane civiltà.
L’impasto diviene materia reale, nella sua porosità e nella fissità della superficie assorbe e filtra i colori e fecondandoli da luogo all’immagine. Figurazioni e simboli astratti, ora rituali e danze sacre, ora scarabocchi, si ripetono, mutando e si dispiegano in sequenze, investiti da poteri magici, da capacità evocative.

Anna Daddi
Il Giornale di Sciacca
Sciacca, gennaio 1989

Le forme di Antonino Nacci si fissano in uno spazio primitivo aperto: anche quando appaiono come imprigionate entro i margini, o gli argini, determinati dai rettangoli, dai quadrati o dalle strisce in cui s’incastonano.
La determinazione segnica diventa cifra originaria di comunicazione, mezzo di uscire dall’inwardness individuale e collocarsi in una riscoperta dimensione oggettuale sfiorata dalla prima luce della creazione. Al di là dello schematismo geometrico (sezione o piano ideale che siano), Nacci opera una regressione alla forma pura scavata nei suoi valori concettuali, recuperata come altro da noi. Una forma che viene ad assumere rilevanza autonoma e sollecita nuovi criteri di sensibilità e di esperienza.
Allo spazialismo gestuale e pragmatico di Fontana, Antonino Nacci antepone un concetto platonico del fatto estetico, un universo di segni - idee svincolati da rapporti con la realtà effettuale: veri paradigmi mentali non toccati dalla storia, vergini da contaminazioni temporali.
Da qui l’arcaismo d’una pittura ricava da immagini preesistenti all’inconscio, affondata in una età dell’oro barbara e innocente, il cui significato turba e disorienta come i segni rupestri graffiti nelle grotte paleolitiche di Altamira.
Oltre c’è solo la brutalità splendida e inconsapevole della materia, sentita non già nei termini delle possibilità autocreative di un Fautrier, ma nell’anonimità cromatica di un Klein.
Per cui Nacci raggiunge effettivamente una chiave linguistica che, impadronendosi di questo contenutismo primordiale, è pervenuto a un proprio equilibrio mediante il ricorso a rapporti di valori ritmici e proporzionali nei quali i segni ideogrammatici - ora, non di rado commisti a quelli della segnaletica stradale - si sposano al colore fermo e cotto dei nostri primitivi, con rude preziosità minoica. La pittura museale dei primitivi, soffusa da una patina incrostata di polvere arcana, era la più adatta a offrire la tessitura stilistica a un discorso che affonda in sottosuoli atavici e per il quale l’ermetismo è condizione di poeticità.
Lo si riscontra nella calibrata timbratura dei suoi colori, nello sfioramento a stento percettibile della luce che trascorre dentro lo spazio e nell’ordine quasi musivo di una trama coloristica che al compiacimento del suo riflesso preferisce una sintassi più ferma e chiusa in principi architettonici.Lo si avverte anche nella materia del suo colore: una materia da muro, asciutta e ruvida giusto un affresco, che trattiene con la sua aridità la libertà della mano e la costringe a una più meditata espressione, senza privarla della sua originaria pregnanza.
Un’operazione che non si manifesta a freddo, ma con la discrezione di una forza ha preso coscienza di sé e tende, nel mondo delle immagini, il valore più intimo dell’esistenza e del mistero delle forme appena avvertito o solo intuite dalla coscienza dell’uomo e lo traduce in una trattenuta emotività, lo lascia crescere nel suo trepidare dentro l’animo finché, tra pensieri e invenzioni rapide commozioni e pacate obbedienze, diventa un moderno linguaggio di poesia.
I bruni, i rosa-antico, i bianchi calcinati, i rossi, i griggi e i colori terrosi traducono potenzialità germinali bloccate in un’immobilità archeologica. Spetta all’osservatore spezzarne la crosta argillosa e liberare gli stimoli racchiusi dentro la stessa monumentalità dell’atto generativo. Saranno stimoli sensoriali affidati all’immediatezza brutale della percezione, nei confronti dei quali occorre porsi con una disponibilità che potrebbe chiamarsi pre-storica (non erano forse gli uomini della preistoria estremamente disponibili alla forza di suggestione del ritmo?).
Ma come conciliare la cultura, di cui queste opere di Antonino Nacci sono pregne, col candore che deve presiedere all’atto percettivo del riguardante? La cultura figurale resta, allora, un fatto che interessa soltanto la genesi del linguaggio dell’artista e che il critico è portato a dissezionare per vizio di mestiere. Il risultato, per contro, non è frazionabile dialetticamente. L’analisi è infatti uno strumento operativo del giudizio. E i dipinti di Nacci non chiedono giudizi, bensì intendono sollecitare suggestioni di natura sensitiva.
Non è forse questa la strada più diretta verso l’autentica disponibilità al meccanismo visionario della fantasia?
A questo punto va detto che ora, a chi conosca per la prima volta Antonio Nacci solo attraverso i suoi fogli che vedono la luce in questa occasione, potrebbe sembrare che l’incisione sia per lui l’espressione piena e completa, anzi unica, della sua personalità tanto questo mezzo tecnico appare totalmente coessenziale al suo essere artista. Invece la sua ricerca incisoria è avvenuta successivamente a quella di pittore, ma le sue esperienze si sono intrecciate e compenetrate al punto di identificarsi.
In realtà, l’incisione non è per lui che il processo di recupero di un disegno attraverso e oltre la materia della pittura. Infatti nel momento stesso in cui si costituisce in immagine, la materia si fa spazio, svela un’intera struttura, una completa ragione formale, un disegno. Che poi il disegno non sia soltanto delineazione, tratto, contorno, significa che la definizione, nel caso di Nacci, è disegno all’ennesima potenza.
La ricerca d’immagine di Nacci è una ricerca che si spinge al di là dell’inevitabile impurità, mescolanza, ambiguità della materia; e non altrimenti può rivelarsi che in una condizione dell’esistenza selezionata, eletta, postuma della materia stessa.
Nell’incisione, e specialmente nell’acquaforte a colori così com’è stata qui adottata da Antonio Nacci, la materia non è più neppure un mezzo: è piuttosto uno stadio necessario ma superato, una condizione previa: sussiste infatti allo stadio d’intenzione, ma l’intenzione appena intuibile e tuttavia addirittura ponderabile.
Ma in questo carattere di accenno e d’incontestabilità, che la materia porta comunque in sé e che qui viene sottilmente sussurrato ed espresso, si precisa, in termini non già metafisici ma di potenziale esistenza, il carattere di “eternità” o di assoluto valore.
E la tecnica stessa, intesa come “cosa naturale”, diventa metodo.
Così l’incisione cessa di essere una tecnica seconda, derivata dalla pittura, per diventare una tecnica primaria e perfino preliminare, emergente. È propriamente il processo che, consumando e purificando la materia, compie la selezione dei valori, deduce le qualità delle relazioni di quiddità, e finalmente conduce a un disegno che non è più l’atto iniziale o preliminare, ma il punto d’arrivo, il traguardo della pittura.
Ecco, trasposto in parole, ciò che Antonio Nacci m’ha detto con queste lastre metalliche morse dall’acido.

Albano Rossi
Presentazione opera grafica in cartella,
Sciacca, 1989

NINU PICCHI T’INNISTI

Nun ti bastava cchiù
l’amuri di li piscatura Sciacchitani,
nun ti bastava cchiù
incantari la genti cu la to arti misteriusa
un ti bastava cchiù
inchiri lu cori di li genti scunsulati
cu lu surrisu di frati addisiatu.
Ricordu na’ nuttata’ nsemmula a piscari
tra li scogghi e la rina caura
di la notti bianca d’Eraclea Minoa,
Quannu lu to cori s’apria
pi li figghi chi criscianu,
pi Enza amurusa,
pi li picciotti di la scola
chi la sira t’abbrazzavanu a lu
chianu.
Ricordu tutti li matini’na pitrata
pi ghiapiri la finestra di lu cori
a nova jurnata d’amuri.
Ah Ninuzzu!
Picchì t’innisti e mi lassasti sulu!
Ah!
S’iu putissi tirari ancora nà pitrata

Mario Giammona
“Isola Incantata” Poesie.
Firenze, luglio 1991

Interrogammo i templi di Selinunte il loro silenzio aveva più peso di tante parole…Questa riflessione di J.P. Sartre mi risuona nella mente davanti al tempio di Ercole, maestoso e concreto, al mio arrivo ad agrigento, dove la visione dei templi svelano il recinto sacro di Akragas.
Mi sono ricordato di quello che ha scritto Virgilio sulla maestosa linea delle rupi coronate di mura imponenti, riscoprendo questa terra dove aleggia il mito. Qui, in questi luoghi, nelle terre che ha dato i natali a Pirandello, Marco Meneguzzo ha curato, riunendo il meglio dell’arte astratta siciliana, la mostra “astrazione siciliana 1945/1968″ (catalogo Silvana Editoriale, con pregevoli contributi critici di Davide Lacagnina e Giuseppe Frazzetto), aperta sino al 18 luglio alle FAM, acronimo di Fabriche Chiaramontane Arte Moderna.
Per paradossale che possa sembrare , l’astratto come trama della realtà è in natura definito più del concreto e qui, in Sicilia più che altrove, proprio per l’intensità della luce e della materia che sembrano esaurire , in apparenza, la realtà stessa. infatti, questa è la terra che vive in modo singolare la lotta spirituale tra l’umano e l’inumano, tra la chiarezza e l’oscuro, tensione metafisica di cui sono la testimonianza più eloquente i miti accolti da Omero (mi ricorda Mario Luzi) e propri della poesia antica (Persefone, i Ciclopi).
Questi trentasei artisti siciliani hanno saputo scendere sotto la fenomenicità della materia, farla parlare, dialogarci senza timore e il nostro occhio, se si fa attento, guardando queste opere non può non essere attratto dal fascino intenso che emanano. Trentasei artisti, alcuni fra i più noti nel panorama del Novecento, da Carla Accardi, a Consagra, a Sanfilippo, a Cappello e a tutti gli altri che hanno scelto di vivere nell’isola finché vi hanno potuto e, quindi, condannati nella fase di sperimentazione e creatività del nuovo linguaggio e della nuova poetica a minore visibilità, benché la qualità del loro lavoro meritasse rispetto e considerazione: come è noto, fuori dai circuiti commerciali e mediatici, il valore diventa un’opinione.
Ottanta opere per un concerto grafico e coloristico di rara intensità, dove il suono del colore e la libertà delle forme convergono nella cifra alta dell’arte come ricerca al di fuori dei moduli di figurativismo tradizionale e proiezione delle attese di ricomposizione sociale postbellica. fare sintesi delle scoperte delle idee, dei progetti dell’arte del dopoguerra europeo e americano, non è semplice se si vive ancorati nell’isola, tanto è vero che molti fra i più noti, presenti in questa mostra, hanno preferito andarsene dalla Sicilia, vivendo la loro vita tra Milano e Roma in prevalenza. Eppure fra le opere esposte si evidenzia la capacità comunicativa di chi è rimasto ancorato nell’isola, malgrado la censura con il mercato e l’ostilità di una certa critica nazionale militante; ne manca, anche nelle opere dei meno conosciuti recuperate da Pusateri, quell’equilibrio armonioso dell’immagine ermetica che sa raccontare i tormenti del mondo. Meneguzzo pone una domanda provocatoria, o meglio, pone una domanda alla madre terra siciliana: Tu Sicilia, sei terra di emigrazione culturale o riesci a fornire ai tuoi artisti fertile terreno di dialogo e confronto entro cui se non s prospera si può almeno vivere? No l’isola non premia i suoi figli migliori, non li ama se sono innovatori, se anticipano i tempi. Li considera portatori di disordine. La Sicilia istituzionale ama rivolgersi al passato, premia oltre misura nei giorni che viviamo perfino un cosiddetto Gruppo di Scicli di cui non importa fare i nomi, eppure prospera nell’isola per un discorso rivolto al passato, al già visto, alla quiete che addormenta.
Certo, esistono anche persone illuminate come Antonio Pusateri, indiscusso protagonista della scena culturale isolana, che riscopre quello che era stato sepolto e scrive “l’idea di realtà è superata, perfino il valore dell’esperienza e dell’esistenza, il mondo fenomenico è relegato nei sentieri di una visione inconscia. gli artisti siciliani hanno compiutamente partecipato a questo fenomeno evolutivo della storia dell’arte…l’astrattismo è il fenomeno più complesso e probabilmente più rilevante della pittura del XX secolo. Ha connesso la figurazione del primo Novecento con le moderne avanguardie, infiltrandosi e congiungendo due secoli d’arte e aprendo a un terzo…” Dunque arte “astratta”, vicino alla ricca storia di Agrakas, ma nel momento stesso che così la definiamo questo concetto diventa altro e sfugge alla nostra prima valutazione perché se entriamo in un rapporto di simbiosi, quest’arte diventa improvvisamente concreta. Certo non vediamo l’immagine, ma il potere evocatore che l’artista ha dato all’opera ci consente di materializzarne l’anima.
Ma torniamo alle opere esposte, alle loro partiture, agli artisti in questione che ci raccontano la loro storia con la stessa emozione che hanno provato creandole; l’art pour l’homme, dove Pusateri da notaio (oltre che da mecenate dell’arte) certifica questi anni ruggenti dell’astrazione nell’arte, in questa isola amate da Teocrito e da Hamdis, il poeta arabo che la cantò come una colomba a cui aveva prestato il suo collare e manto screziato delle sue penne. Chiude il suo saggio Meneguzzo con questa riflessione: una sola cosa può non essere sottratta all’astrazione siciliana e all’astrazione in Sicilia: di avere incarnato e di continuare a rappresentare la tradizione del nuovo, l’utopia della modernità.
I vari autori sono distribuiti, nel catalogo e nella mostra, su tre sezioni critiche:-L’entusiasmo per la modernità-Dal dopoguerra all’inizio degli anni cinquanta; Un decennio di riflessione. Anni cinquanta e oltre; Il risveglio degli anni sessanta.
La modernità è svolta, in questa mostra, nelle sue varie possibilità formali ma non è soltanto utopia, come testimonia la preziosa gamma della cromia di Carla Accardi che invita il fruitore a tuffarsi nelle sue lussureggianti visioni, è anche vita profonda della materia, come si può trovare nelle varie opere: da Ugo attardi, presente, con un prezioso olio del 1947 dove il colore, nella vasta gamma dei rossi, dei gialli, del blu e dei verdi, frantuma la forma e ne esalta la luce, a Consagra, evocativo e possente, a Joppolo, elegante e misterioso nella “composizione del 1947″. E scorrono, così, su questi piani incrociati tra struttura e materia, vita e utopia, le varie modulazioni formali: da Maugeri, pittore dell’armonia, a Sanfilippo, legato ancora alla figurazione ma per oltrepassarla, a Mirabella, che richiama le vetrate delle cattedrali, così come Filippo Scroppo; da Felice Canonico, con i suoi collage di raffinata e poetica fattura, a Michele Canzonieri e il suo colore che evoca oscuri presentimenti, o il libero volo di Carmelo Cappello, o la visione onirica di Guido Colli, o lo scrutare il vuoto di Michele Cutaia, la visione bloccata di Nicolò D’Alessandro e ancora la Paligenesi di Salvatore Gordon Grasso. E’ un percorso fascinoso, che ci fa incontrare la raffinata cromia di Franceschini, il tormento di Franchina o i “Sogni Innocenti” di Marcheggiani, gli “Enfas Paris” di Moncada e “L’urbanistica” di Pinelli, il profondo nulla di Samonà, le opere di Sanfilippo con i suoi neri in cerca di luce, di Salvatore Scarpetta che si ritrova nelle visioni di Franz Kline, di Schiavocampo, profondo e sensibile con due pitture di rara bellezza in questa mostra, di Scordia che ricorda le di Beb Nicholson, di Spanò, materico e possente, di Lino Tardia, che nulla ha da invidiare alle visioni di un Burri. In questo excursus sorprendente ritroviamo Bruno, profondo con i suoi neri, Francesco Carbone, onirico e tumultuoso, Mimmo Di Cesare, freddo e misterioso, Rocco Genovese, plastico realizzatore dell’”Edemorfo”, Ciro Li Vigni, luminoso e segnico, Antonio Nacci e la sua scacchiera immaginaria, fino a giungere a Filippo Panseca e al suo freddo acciaio, a Paolo Scirpa con il suo sole terreno, a Turi Simeti con il suo “Collage di buste”. Una mostra questa che il suo forte valore storico-documentaristico di un’epoca di grande sperimentazione linguistica e formale, oltre che per l’indubbio valore artistico delle opere esposte, meriterebbe un discorso itinerante e non soltanto nelle terre siciliane.

Franco Cilia
Contemporart Arte e Cultura
Modena, giugno 2010